Procura di Terni
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GLOSSARIO

Archiviazione
Autocertificazione
Carichi pendenti
Casellario giudiziale
Colloqui con i detenuti
Compensi a periti e consulenti tecnici
Conclusione delle indagini preliminari
Copie di atti processuali penali
Custodia cautelare in carcere
Decreto penale di condanna
Denuncia
Difesa d’ufficio
Esecuzione della condanna
Indagato
 
Imputato
Indagini difensive
Informazione di garanzia
Informazioni sulle iscrizioni nel registro dei reati
Opposizione al decreto penale di condanna
Opposizione alla richiesta di applicazione
Parte offesa
Patteggiamento
Pene pecuniarie
Processo per direttissima
Querela
Rinvio a giudizio
Sequestro
Testimonianza

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Archiviazione
È l’atto con il quale il Pubblico Ministero, al termine delle indagini preliminari, accerta che non ci sono elementi per formulare l’ accusa, o perché la notizia di reato si è rivelata infondata per mancanza di elementi probatori oppure perché esistono elementi procedurali che impediscono di esercitare l’azione penale (esempio il reato si è estinto per morte del reo), oppure, infine, perché sono risultati ignoti gli autori del fatto. La decisione sull’archiviazione di una notizia di reato è presa dal Giudice per le indagini preliminari, su richiesta del PM. La persona offesa dal reato, cioè colui che è stato vittima del reato, ha il diritto di chiedere al PM, fin dal momento della denuncia o della querela ovvero anche in seguito, di essere informata circa la eventuale richiesta di archiviazione, allo scopo di poter esercitare il diritto di opposizione alla richiesta stessa. A tal fine il PM, qualora intenda chiedere l’archiviazione, deve darne preventivamente avviso alla parte offesa che ne abbia fatto richiesta. La parte offesa, ricevuto l’avviso, può, entro dieci giorni, prendere visione degli atti e presentare opposizione. Il Pubblico Ministero presenta la richiesta di archiviazione al Giudice per le indagini preliminari, assieme alla eventuale opposizione della parte offesa. Il GIP può decidere di accogliere la richiesta del PM, oppure può fissare al PM un termine per compiere ulteriori indagini, oppure, infine, può disporre che il PM formuli l’imputazione, cioè il rinvio a giudizio dell’indagato. Anche dopo il provvedimento di archiviazione, il PM può chiedere al GIP, se ci sono fondate ragioni investigative, la riapertura delle indagini.
Riferimenti normativi: art. 408, 409, 410, 411, 414, 415 c.p.p.
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Autocertificazione
Consiste nella facoltà riconosciuta ai cittadini di presentare, in sostituzione delle tradizionali certificazioni rilasciate dalle pubbliche amministrazione, apposite dichiarazioni attestanti:
- stati, requisiti, qualità oggetto di certificazione da parte delle amministrazioni pubbliche (dichiarazione sostitutiva di certificazione)
- stati, qualità personali o fatti, diversi da quelli oggetto di certificazione e che siano a diretta conoscenza dell’interessato (dichiarazione sostitutiva di notorietà)
Le autocertificazioni devono essere firmate dall'interessato; la firma non deve essere autenticata se la dichiarazione è presentata personalmente all’ufficio cui è diretta ovvero spedita per posta con allegata una fotocopia di un documento di identità valido. La pubblica amministrazione ha l'obbligo di accettarle, ma è altresì tenuta ad effettuare successivi controlli e verifiche in caso di sussistenza di ragionevoli dubbi sulla veridicità del loro contenuto. L’autocertificazione non è utilizzabile nei rapporti con l’Autorità giudiziaria nello svolgimento delle funzioni giurisdizionali: ciò vuol dire che, se si è chiamati in giudizio, non si può esibire una dichiarazione sostitutiva di notorietà o di certificazione, ove necessario. Tuttavia, possono essere autocertificati, nei rapporti con altre pubbliche amministrazioni e gestori di pubblici servizi (ad es. per partecipazione a concorsi, per iscrizione ad albi ecc.), alcuni dati oggetto di certificazione da parte degli uffici giudiziari, e precisamente:
- il fatto di non aver riportato condanne penali e di non essere destinatario di provvedimenti che riguardano l'applicazione di misure di prevenzione, di decisioni civili e di provvedimenti amministrativi iscritti nel casellario giudiziale;
- il fatto di non essere a conoscenza di essere sottoposto a procedimenti penali;
- il fatto di non trovarsi in stato di liquidazione o di fallimento e di non avere presentato domanda di concordato.
Riferimenti normativi: decreto Presidente della Repubblica 28/12/2000 n. 45 (testo unico sulla documentazione amministrativa)
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Carichi pendenti
È il certificato, rilasciato dalla Procura della Repubblica, che attesta l’assenza o meno di “pendenze” penali, cioè di procedimenti penali ancora in fase di definizione: tecnicamente, si ha carico pendente quanto si è assunta la qualità di imputato per effetto di un rinvio a giudizio disposto dall’autorità giudiziaria. Il certificato riporta l’indicazione degli articoli di legge che si presumono violati, il numero di procedimento penale e l’ufficio presso cui il procedimento è trattato. Attualmente è possibile chiedere i certificati solo presso le Procure della Repubblica competenti sul luogo di residenza dell’interessato, poiché non esiste un archivio nazionale.
Riferimenti normativi: D.P.R. 14/11/2002 n. 313 (testo unico in materia di casellario giudiziale)
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Casellario giudiziale
Il casellario giudiziale è un archivio contenente la registrazione delle sentenze e dei provvedimenti esistenti a carico di una determinata persona, in materia penale, civile e amministrativa. In particolare,
● in materia penale: sono registrati i provvedimenti giudiziari di condanna definitivi; i provvedimenti definitivi concernenti le pene (sospensione condizionale, beneficio della non menzione della pena); i provvedimenti relativi alle misure di sicurezza, agli effetti della condanna, alle pene accessorie; alle misure alternative alla detenzione ed alla liberazione condizionale; i decreti penali di condanna; in alcuni casi anche i provvedimenti di proscioglimento, quando questo sia stato disposto per difetto di imputabilità ovvero se contemporaneamente sia stata disposta una misura di sicurezza. Non sono iscritti i provvedimenti concernenti le contravvenzioni (ipotesi di reato di minore gravità) definite in via amministrativa o mediante oblazione, salvo che sia stata concessa la sospensione condizionale della pena;
● in materia civile: sono registrati i provvedimenti di interdizione e inabilitazione e la relativa revoca; i provvedimenti che dichiarano fallito l’imprenditore, di omologazione del concordato fallimentare, di chiusura del fallimento, di riabilitazione del fallito;
● in materia amministrativa: sono registrati i provvedimenti giudiziari relativi all’espulsione dello straniero a titolo di sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione ai sensi del decreto legislativo 286 del 1998; A seguito del verificarsi di alcune circostanze giudiziarie e, comunque, con la morte della persona ovvero al compimento da parte di questa degli ottanta anni, le registrazioni sono eliminate. Il casellario è istituito, a livello locale, presso ogni Procura della Repubblica: compito dell’ufficio locale è di provvedere alle registrazioni sopra indicate ed al rilascio delle certificazioni delle iscrizioni risultanti dal casellario. Esiste poi, un casellario centrale con sede a Roma e con compiti di raccolta e raccordo delle informazioni provenienti da tutti gli uffici locali. A richiesta dell’interessato possono essere rilasciati i seguenti certificati:
● certificato generale, che riporta tutte le iscrizioni presenti, salvo alcune eccezioni
● certificato penale, che riporta solo le iscrizioni in materia penale
● certificato civile, che riporta solo le iscrizioni in materia civile e amministrativa Il certificato del casellario può essere richiesto anche dall’autorità giudiziaria, per ragioni di giustizia, e da pubbliche amministrazioni e gestori di pubblici servizi, quando la conoscenza delle iscrizioni del casellario sia necessaria per l’esercizio delle loro funzioni. La richiesta del privato non deve essere motivata, ma non può essere fatta da persona diversa dall’interessato salvo che quest’ultimo lo abbia delegato. Occorre quindi che chi si presenta a ritirare il certificato dimostri la propria identità, esibendo un documento, e, in caso di delega, documenti anche la delega.
Riferimenti normativi: D.P.R. 14/11/2002 n. 313 (testo unico in materia di casellario giudiziale)
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Colloqui con i detenuti
Secondo le disposizioni della legge sull’ordinamento penitenziario, le autorizzazioni per i detenuti ad avere colloqui e corrispondenza con i congiunti o con altre persone sono di competenza dell’autorità giudiziaria prima della pronuncia della sentenza di primo grado. In particolare, spetta al GIP, su parere del PM, l’autorizzazione ai colloqui con i detenuti durante la fase delle indagini preliminari. Dopo il rinvio a giudizio, l’autorizzazione invece è data dall’autorità giudiziaria che procede.
Riferimenti normativi: legge 26/7/1975 n. 354 e succ. mod., art. 18 e 11; art. 240 disp. attuazione c.p.p.
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Compensi a periti e consulenti tecnici
La materia è disciplinata dal testo unico sulle spese di giustizia. Ai periti e consulenti del magistrato spettano:
● l’onorario la misura degli onorari è fissata mediante apposite tabelle approvate con decreto interministeriale: la tabella vigente è stata approvata con DM 30 maggio 2002 (consultabile su Internet). L’onorario può essere fisso, variabile da un minimo ad un massimo (la liquidazione viene fatta dal magistrato in base alla difficoltà, alla completezza ed al pregio della prestazione fornita) oppure, in via residuale, computato a vacazioni, ossia a tempo, sulla base di un compenso orario (ogni vacazione equivale a due ore di lavoro; si possono liquidare fino a un massimo di quattro vacazioni al giorno). Per le prestazioni di eccezionale importanza, complessità e difficoltà gli onorari possono essere aumentati fino al doppio. Se, invece, la prestazione non è completata nel termine originariamente stabilito ovvero prorogato, a richiesta, dal magistrato, l’importo dell’onorario è ridotto. Norme particolari sono previste per gli incarichi conferiti ad un collegio di esperti.
● l’indennità di viaggio e di soggiorno si applicano il trattamento previsto per i dipendenti statali. In particolare, il consulente è equiparato ai dirigenti pubblici di seconda fascia, salvo la maggiore indennità spettante se dipendente pubblico con diritto a trattamento superiore. Le spese di viaggio sono liquidate in base alle tariffe di prima classe dei servizi di linea, esclusi quelli aerei (l’uso dell’aereo è rimborsato solo se autorizzato preventivamente dal magistrato)
● il rimborso delle spese sostenute per l’adempimento dell’incarico a tal fine il consulente deve presentare una nota spese dettagliata con allegata la relativa documentazione. Sui compensi erogati sono applicate le ritenute fiscali di legge.
Riferimenti normativi: decreto Presidente della Repubblica 30/5/2005 n. 115 (testo unico delle spese di giustizia), art. 49-57
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Conclusione delle indagini preliminari
Ricevuta la notizia di reato il Pubblico Ministero ha dei termini rigorosi fissati dal codice di procedura penale per concludere le relative indagini (normalmente sei mesi, al massimo due anni per reati di particolare gravità). Prima della scadenza del termine per la conclusione delle indagini preliminari, il PM, salvo che intenda chiedere l’archiviazione, deve comunicare all’indagato ed al suo difensore un “avviso” di conclusione delle indagini. In tale atto sono riportati sinteticamente tutti gli elementi necessari ad avere cognizione delle attività investigative fino ad allora svolte: la esposizione dei fatti oggetto di indagine e la enunciazione delle norme penali che si ritiene siano state violate. Contestualmente all’invio dell’avviso, tutta la documentazione relativa alle indagini svolte viene depositata presso la segreteria del PM. L’indagato, anche tramite il suo difensore, ha diritto di prendere visione e fare copia della documentazione. Inoltre, entro venti giorni dal ricevimento dell’avviso, può:
● presentare memorie e documenti inerenti l’oggetto delle indagini;
● chiedere di essere ascoltato dal PM per rilasciare dichiarazioni spontanee;
● chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio formale da parte del PM, che è tenuto ad interrogarlo;
● chiedere al PM di effettuare ulteriori indagini, che il PM può decidere di effettuare o meno. Lo scopo dell’avviso è quindi quello di consentire alla persona sottoposta ad indagini di poter conoscere, prima dell’eventuale rinvio a giudizio, le accuse che gli sono rivolte e le relative fonti di prova, offrendogli così, da una parte, la possibilità di contrastare le ipotesi accusatorie offrendo al PM elementi ulteriori di conoscenza e di giudizio, che potrebbero portare anche ad una successiva richiesta di archiviazione da parte del PM, dall’altro di poter arrivare al giudizio con una conoscenza completa delle imputazioni che gli sono rivolte.
Fonte normativa: art. 415-bis c.p.p.
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Copie di atti processuali penali
Chiunque vi abbia interesse, durante il procedimento penale (intendendo con tale espressione tutta la serie di attività che va dalle indagini preliminari al processo) ovvero dopo la sua definizione con provvedimento del giudice (ad es. sentenza), può chiedere, a sue spese, copie o estratti o certificati di singoli atti compiuti nel corso del procedimento. Il rilascio delle copie deve essere autorizzato dall’autorità giudiziaria competente in relazione alla fase del procedimento, che è il Pubblico Ministero nella fase delle indagini, il giudice nella fase del processo, il presidente del collegio o il giudice che ha emesso il provvedimento nella fase successiva alla definizione del processo. Non è necessaria l’autorizzazione nei casi in cui la legge attribuisca direttamente all’interessato la facoltà di acquisire la copia di atti processuali: ad es., nella fase delle indagini preliminari è previsto espressamente il diritto di visione e copia di atti nei casi di:
● avviso di conclusione delle indagini preliminari (art. 415-bis codice procedura. penale)
● avviso alla parte offesa della richiesta di archiviazione (art. 408 codice. procedura penale)
● deposito presso la segreteria del PM dei verbali degli atti di indagine ai quali il difensore ha diritto di assistere (art. 366 cod. procedura penale)
● deposito degli atti per l’udienza preliminare (art. 419 codice procedura penale, art. 131 disposizioni di attuazione del cod. proc. pen.) Se gli atti sono coperti da segreto o ne è vietata comunque la pubblicazione in base all’art. 114 del codice di procedura penale non è in ogni caso possibile acquisirne copia. Le copie possono essere rilasciate con o senza certificazione di conformità (così detta copia autentica). Possono essere rilasciate mediante utilizzo della fotocopiatura oppure in formato informatico (floppy disc o CD-Rom). Si riportano qui di seguito gli importi dei diritti di copia, dovuti per il rilascio delle copie e stabiliti dalla legge in misura forfetaria. Le copie chieste con urgenza sono rilasciate entro due giorni dalla richiesta. Per i processi dinanzi al Giudice di pace tutti i diritti di copia sono ridotti alla metà.
 

TABELLA DEI DIRITTI DI COPIA SENZA DICHIARAZIONE DI CONFORMITÀ’

facciate da fotocopiare

senza urgenza

con urgenza

fino a

4

€ 0,77

€ 2,32

da 5

a 10

€ 1,55

€ 4,65

da 11

a 20

€ 3,54

€ 9,30

da 21

a 50

€ 6,20

€ 18,59

da 51

a 100

€ 12,39

€ 37,18

oltre 100

€ 12,39 (più € 5,16 ogni ulteriori 100 pagine o frazione di 100)

€ 37,18 (più  € 15,49 ogni ulteriori 100 pagine o frazione di 100)

 

 

copia su cassetta fonografica

60 min o inferiori: € 3,54  ====  90 min. : € 4,65

copia su cassetta video

120 min o inferiori :  € 5,16  ===  180 min. :  € 6,20  ===  240 min. :  € 7,75

copia su floppy disc : € 3,62  ===  copia su compact disc : € 258,62

         

 

TABELLA DEI DIRITTI DI COPIA AUTENTICA

facciate da fotocopiare

diritto di copia

diritto di certificazione

totale diritti

fino a

4

€ 1,03

€ 5,16

€ 6,19

da 5

a 10

€ 2,07

€ 5,16

€ 7,23

da 11

a 20

€ 3,54

€ 5,16

€ 8,26

da 21

a 50

€ 5,16

€ 5,16

€ 10,32

da 51

a 100

€ 10,33

€ 5,16

€ 15,49

oltre 100

€ 10,33 (più € 6,20 ogni ulteriori 100 pagine o frazione di 100)

€ 5,16

€ 15,49 (più € 6,20 ogni ulteriori 100 pagine o frazione di 100

Riferimenti normativi: art. 116 codice procedura penale; art. 43 disposizioni di attuazione codice di procedura penale; D.P.R. 30/5/2005 n. 115 (testo unico sulle spese di giustizia), art. 266-272, allegati 6, 7 ed 8
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Custodia cautelare in carcere
Analogamente ad altri istituti, graduati secondo una capacità di incisione via via minore sulla libertà del cittadini (gli arresti domiciliari, l’obbligo di dimora, l’obbligo di presentazione alla polizia, il divieto di dimora, il divieto di espatrio), la custodia cautelare in carcere non è una condanna anticipata, ma ha piuttosto la funzione strumentale di assicurare e garantire, in presenza di alcune condizioni, l’effettività della giurisdizione anticipando alcuni effetti della decisione definitiva così da consentire il regolare svolgersi dell’attività processuale di accertamento dei fatti e di irrogazione della condanna. Perché possa essere disposta la custodia cautelare in carcere occorrono alcuni presupposti:
● in primo luogo, la custodia cautelare in carcere può essere disposta, di regola, solo in caso di delitti di particolare gravità, misurata in relazione alla pena prevista per i medesimi (ergastolo o reclusione non inferiore a quattro anni) ovvero al tipo di reato (reati di mafia)
● in secondo luogo, occorre la verifica della sussistenza di gravi indizi di colpevolezza
● infine, deve essere accertato che la permanenza in libertà del soggetto possa determinare o un pericolo per la completa e genuina acquisizione delle prove (cautela processuale) oppure un pericolo per la efficace conclusione del procedimento penale a causa della fuga del soggetto (cautela finale) oppure ancora un pericolo per la possibile ripetizione del reato (cautela prevenzionale). La scelta tra le diverse misure cautelari è rimessa al giudice competente sulla base di criteri di gradualità, adeguatezza e proporzionalità. Il codice di procedura penale, tuttavia, esclude espressamente, in alcuni casi, il ricorso alla custodia cautelare in carcere, salvo che ricorrano esigenze di eccezionale rilevanza:
● quando il soggetto sia una donna incinta o madre di prole in età inferiore a tre anni e con lei convivente. Il beneficio è esteso al padre, se la madre è deceduta o gravemente impedita;
● quando il soggetto sia affetto da AIDS o altra malattia particolarmente grave
● quando il soggetto sia un tossicodipendente o alcooldipendente ed abbia un trattamento di recupero in corso. La custodia cautelare è disposta dal Giudice per le indagini preliminari o dal Giudice del dibattimento su richiesta del Pubblico ministero, che nella richiesta deve indicare le motivazioni e gli elementi sui quali essa si fonda. In ogni caso il giudice deve procedere al così detto interrogatorio di garanzia della persona per la quale è richiesta la custodia cautelare, nel termine massimo di cinque giorni dall’inizio dell’esecuzione della custodia. La custodia cautelare in carcere è soggetta a termini massimi di durata, che variano in relazione alla gravità del delitto: se, entro questi termini, non sono adottati atti processuali (rinvio a giudizio, sentenza di condanna ecc.) la misura cautelare perde efficacia. Sono peraltro previste ipotesi di sospensione dei termini di durata e di proroga degli stessi, per motivate esigenze In ogni caso, la custodia cautelare può essere revocata dal giudice se vengono meno i presupposti che l’avevano giustificata, così come può essere sostituita con altra misura cautelare meno pesante. Contro i provvedimenti del giudice che dispongono la custodia cautelare in carcere sono ammessi due tipi di impugnazione, tra loro alternativi:
● il riesame, che può essere proposto, entro dieci giorni dall’esecuzione del provvedimento che ha disposto la custodia, presso il Tribunale del luogo in cui ha sede la Corte d’Appello competente per territorio. Immediatamente dopo la richiesta, il Tribunale così detto del riesame chiede all’autorità giudiziaria che procede gli atti posti a base della richiesta di custodia cautelare;
● il ricorso immediato in Cassazione per violazione di legge, che ha il suo fondamento direttamente nell’art. 111 della Costituzione. Al fine di ulteriore tutela per il cittadino, il codice di procedura penale prevede che, in determinati ipotesi, si possa chiedere un indennizzo fino a 516,00 euro, per i danni conseguenti ad una detenzione cautelare ingiusta (così detta riparazione per ingiusta detenzione). Presupposto per chiedere tale riparazione è che si sia verificata una ipotesi di ingiustizia sostanziale (colui che è stato sottoposto a custodia cautelare in carcere, senza avervi dato motivo con dolo o colpa grave, viene poi assolto con sentenza irrevocabile che esclude la sua responsabilità) o di ingiustizia formale (pur essendoci stata una successiva condanna, risulta però, con decisione irrevocabile di accertamento, che il provvedimento di custodia cautelare era stato tuttavia illegittimo perché mancavano le condizioni per adottarlo). Organo competente a decidere sulle richieste di riparazione, che devono essere presentate entro due anni dall’accertamento dell’ingiustizia della detenzione, è la Corte d’Appello.
Riferimenti normativi: codice di procedura penale, libro IV, titolo I (art. 272-315)
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Decreto penale di condanna
Costituisce una modalità semplificata di definizione del processo penale, nella quale la decisione viene presa dal Giudice per le indagini preliminari, su richiesta del Pubblico Ministero, “allo stato degli atti”, cioè sulla base dell’attività di indagine svolta dal PM e senza la fase del contraddittorio in giudizio. A fronte di questa riduzione delle garanzie processuali, sono previste compensazioni sul piano della pena erogata. Può essere applicato:
● per reati perseguibili d’ufficio, cioè per i quali non è necessaria la querela di parte (salvo che il querelante abbia dichiarato di non opporsi)
● per i reati punibili con la sola pena pecuniaria. Il PM deve presentare la richiesta di decreto penale entro sei mesi dalla iscrizione dell’indagato nel registro delle notizie di reato. Nella richiesta il PM può indicare una pena ridotta fino alla metà del minimo previsto in generale dal codice penale (questo costituisce l’aspetto “premiante” del procedimento per decreto penale). Il GIP può accogliere la richiesta oppure restituire gli atti al PM, se giudica la pena non adeguata, salvo che non ritenga di prosciogliere l’imputato. L’applicazione del decreto penale, oltre alle riduzioni di pena, comporta altri vantaggi collaterali (esonero dalla condanna alle spese processuali ed alle pene accessorie, estinzione del reato dopo un certo periodo). L’imputato che non accetti il contenuto del decreto penale può proporre opposizione (v.) Riferimenti normativi: art. 459-460 codice procedura penale Denuncia La denuncia è l’atto con il quale ogni persona che abbia notizia di un reato perseguibile d’ufficio (un reato, cioè, che può essere punito senza che sia necessaria una espressa richiesta in tal senso – querela – da parte del soggetto che ne è stato vittima) ne informa il Pubblico Ministero o un Ufficiale di polizia giudiziaria. La denuncia può essere presentata oralmente o per iscritto, personalmente o a mezzo di procuratore speciale, direttamente al Pubblico Ministero oppure ad un Ufficiale di polizia giudiziaria (Questure, Commissariati di P.S., Compagnie e Stazioni dell'Arma dei Carabinieri ecc). Se è presentata per iscritto la denuncia viene firmata personalmente dal denunciante o dal suo procuratore speciale. Non è richiesta una particolare forma, è sufficiente una esposizione dei fatti oggetto della denuncia. Le denunce anonime non possono essere utilizzate, quindi non danno origine ad alcun atto di indagine. Non esiste un obbligo generalizzato di denuncia per i privati, anche se la denuncia costituisce comunque un importante strumento di collaborazione da parte del cittadino. In alcuni casi, tuttavia (es. in materia di armi ed esplosivi), il Codice penale o altre leggi penali prevedono un vero e proprio obbligo di denuncia a carico dei privati cittadini. La denuncia è invece obbligatoria per i pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio che siano venuti a conoscenza di un reato perseguibile d’ufficio nell’esercizio delle loro funzioni pubbliche (es. medici, ispettori del lavoro o di enti previdenziali ecc.)
Riferimenti normativi: artt. 330-334 c.p.p.
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Denuncia La denuncia è l’atto con il quale ogni persona che abbia notizia di un reato perseguibile d’ufficio (un reato, cioè, che può essere punito senza che sia necessaria una espressa richiesta in tal senso – querela – da parte del soggetto che ne è stato vittima) ne informa il Pubblico Ministero o un Ufficiale di polizia giudiziaria. La denuncia può essere presentata oralmente o per iscritto, personalmente o a mezzo di procuratore speciale, direttamente al Pubblico Ministero oppure ad un Ufficiale di polizia giudiziaria (Questure, Commissariati di P.S., Compagnie e Stazioni dell'Arma dei Carabinieri ecc). Se è presentata per iscritto la denuncia viene firmata personalmente dal denunciante o dal suo procuratore speciale. Non è richiesta una particolare forma, è sufficiente una esposizione dei fatti oggetto della denuncia. Le denunce anonime non possono essere utilizzate, quindi non danno origine ad alcun atto di indagine. Non esiste un obbligo generalizzato di denuncia per i privati, anche se la denuncia costituisce comunque un importante strumento di collaborazione da parte del cittadino. In alcuni casi, tuttavia (es. in materia di armi ed esplosivi), il Codice penale o altre leggi penali prevedono un vero e proprio obbligo di denuncia a carico dei privati cittadini. La denuncia è invece obbligatoria per i pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio che siano venuti a conoscenza di un reato perseguibile d’ufficio nell’esercizio delle loro funzioni pubbliche (es. medici, ispettori del lavoro o di enti previdenziali ecc.)
Riferimenti normativi: artt. 330-334 codice di procedura penale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Difesa d’ufficio
Al fine di garantire a chi è sottoposto a processo penale il diritto alla difesa, stabilito dalla Costituzione, è previsto che se l’imputato non ha nominato un suo difensore di fiducia oppure ne è rimasto privo (perché questi ad esempio ha rinunciato all’incarico), il giudice o il pubblico ministero nominino direttamente un difensore, scegliendolo da un apposito elenco predisposto e periodicamente aggiornato dai Consigli dell’ordine degli Avvocati. Il difensore d’ufficio ha l’obbligo di prestare la sua attività e non può essere sostituito se non per giustificato motivo. Le spese per la difesa d’ufficio sono a carico dell’imputato, a meno che non sia stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato (v.)
Riferimenti normativi: art. 97 codice procedura penale
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Esecuzione della condanna
E’ il procedimento diretto all’attuazione di una sentenza definitiva o comunque esecutiva di condanna; l’esecuzione riguarda sia le pene pecuniarie, che quelle detentive, le misure alternative alla detenzione, le misure di sicurezza. Ha natura amministrativa ed è promosso dal PM o dal Procuratore generale, al fine di dare esecuzione al provvedimento di condanna. Può invece assumere natura giurisdizionale qualora vi siano questioni inerenti il titolo della condanna; in tal caso, parti del procedimento sono il PM, il condannato ed il giudice dell’esecuzione, ovvero lo stesso giudice che ha emesso il provvedimento da eseguire.
Riferimenti normativi: artt. da 655 a 676 c.p.p.
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Indagato
E’ la persona fisica nei cui confronti sono in corso delle indagini in relazione ad un fatto ad essa addebitato, contenuto in un’informativa di reato pervenuta in Procura, o acquisita autonomamente dal PM o dalla Polizia Giudiziaria. Si tratta di una posizione processuale passiva, che può eventualmente trasformarsi nella posizione sostanziale di imputato. Riferimenti normativi: art. 61 c.p.p.
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Imputato
E’ la persona fisica nei cui confronti, a seguito delle indagini effettuate, viene formulata un’imputazione, ovvero viene ad essere attribuito un fatto costituente reato. L’assunzione della qualità di imputato avviene attraverso la richiesta da parte del PM di rinvio a giudizio, giudizio immediato, decreto penale di condanna, applicazione della pena su richiesta delle parti, nel decreto di citazione a giudizio e nel giudizio direttissimo.
Riferimenti normativi: artt. da 60 a 73 c.p.p.
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Indagini difensive
Sono le indagini svolte dall’avvocato a seguito dell’incarico ricevuto, volte a ricercare elementi di prova a favore dell’assistito. Soprattutto nella fase delle indagini preliminari sono tese a garantire una maggiore parità tra i poteri del PM e quelli della difesa. E’ prevista in particolare la possibilità per il difensore dell’indagato o dell’imputato, di avere colloqui con persone in grado di riferire circostanze utili all’attività investigativa, di riceverne dichiarazioni, o di assumere informazioni. Il difensore può inoltre chiedere copia di documenti in possesso della pubblica amministrazione, accedere a luoghi effettuando descrizioni e rilievi, compiere accertamenti tecnici non ripetibili. Tutti gli atti compiuti nel corso delle indagini difensive confluiscono nel fascicolo del difensore, che può essere presentato al PM o al giudice, e che al termine delle indagini viene inserito nel fascicolo del PM.
Riferimenti normativi: art. 327-bis; art. 391-bis c.p.p.

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Informazione di garanzia
E’ l’atto che pone fine alla segretezza delle indagini preliminari, in relazione alla necessità da parte del PM di compiere un atto a cui deve assistere il difensore dell’indagato. Con I’informazione di garanzia il Pm avverte l’indagato che sono in corso indagini a suo carico per la violazione della legge penale, con l’invito ad esercitare la facoltà di nominare un difensore di fiducia.
Riferimenti normativi: art. 369 c.p.p.
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Informazioni sulle iscrizioni nel registro dei reati
Il codice prevede che l’indagato, la parte offesa ed i loro difensori, possano conoscere le iscrizioni contenute nel registro delle notizie di reato, ove ne facciano richiesta. La regola prevede due eccezioni: l’iscrizione non può essere comunicata qualora si tratti di uno dei reati previsti dall’art. 407, 2° c., lett. a) c.p. (reati particolarmente gravi quali l’associazione mafiosa, l’omicidio, reati con finalità di terrorismo o eversione, ecc.), e nel caso in cui il PM, con decreto motivato, disponga il segreto sulle iscrizioni per esigenze d’indagine.
Riferimenti normativi: art. 335 c.p.p.
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Opposizione al decreto penale di condanna
E’ una delle garanzie riconosciute all’imputato ( ed al responsabile civile) il quale, a fronte delle esigenze di semplificazione processuali sottese al procedimento per decreto, può, entro 15 giorni dalla notifica del decreto penale di condanna, chiedere il giudizio immediato oppure attivare il rito abbreviato o richiedere il patteggiamento o l’oblazione .L’opposizione si propone personalmente o a mezzo difensore mediane dichiarazione ricevuta nella cancelleria del giudice per le indagini preliminari che ha emesso il decreto ovvero nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trova l`opponente e deve indicare, a pena di inammissibilità, gli estremi del decreto di condanna, la data del medesimo e il giudice che lo ha emesso. Ove non abbia già provveduto in precedenza, nella dichiarazione l`opponente può nominare un difensore di fiducia. Oltre che nei casi citati l’opposizione è inammissibile se presentata fuori termine, tuttavia è possibile ottenere una remissione in termini qualora si riesca a fornire la prova di non avere avuto effettiva conoscenza del decreto formalmente notificato. L’ordinanza di inammissibilità, cui consegue l’esecutività del decreto penale di condanna, è ricorribile in Cassazione. In caso di concorso di persone nella commissione del reato, l’opposizione proposta da alcuni di essi giova anche agli altri in quanto beneficiano prima della sospensione dell’esecutività del decreto e, poi, di eventuali formule di proscioglimento non personali pronunciate nei confronti degli opponenti. Quanto all’iter conseguente all’opposizione esso varia in relazione alle richieste:
● emissione di decreto di decreto di giudizio immediato con trasmissione degli atti al giudice del dibattimento se l’opponente non ha avanzato alcuna richiesta o ha chiesto il giudizio immediato, ovvero se il PM non ha prestato consenso per il patteggiamento;
● emissione del decreto di fissazione dell’udienza da parte del Gip e celebrazione del giudizio secondo i relativi riti speciali se l’opponente chieda il patteggiamento o il rito abbreviato. Per il solo patteggiamento il giudice fissa con decreto un termine entro il quale il pubblico ministero deve esprimere il consenso, disponendo che la richiesta e il decreto siano notificati al pubblico ministero a cura dell’opponente;
● sentenza di non luogo a procedere per estinzione del reato per oblazione a seguito di versamento della somma se l’opponente abbia presentato domanda di oblazione. E’ molto importante ricordare che stante gli effetti premiali del decreto penale di condanna e il fatto che contenga gli elementi probatori e le ragioni giuridiche che lo hanno determinato, fattori che dovrebbero invogliare una sorta di acquiescenza nel condannato, l’opposizione può comportare l’applicazione di una pena anche diversa e più grave di quella fissata nel decreto di condanna e la revoca dei benefici già concessi.
Riferimenti normativi: artt. 461,462,463,164 c.p.p.
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Opposizione alla richiesta di archiviazione
E’ la facoltà riconosciuta alla persona offesa dal reato che abbia chiesto di voler essere informata sulla richiesta di archiviazione di chiedere, entro 10 giorni dal ricevimento dell’avviso, la prosecuzione delle indagini preliminari indicando, a pena di inammissibilità, l`oggetto della investigazione suppletiva e i relativi elementi di prova. . In caso di inammissibilità dell’opposizione il giudice dispone l`archiviazione con decreto motivato e restituisce gli atti al pubblico ministero, altrimenti fissa udienza in camera di consiglio cui sono invitati a partecipare i soggetti interessati al procedimento. Della fissazione dell`udienza il giudice dà inoltre comunicazione al procuratore generale presso la corte di appello in modo che possa avocare il procedimento e formulare lui stesso l’ imputazione, sopperendo così all’ inerzia del PM di primo grado. Prima dell’udienza gli atti rimangono depositati in cancelleria con facoltà per le parti di estrarne copia. All’esito dell’udienza il Giudice per le indagini preliminari può , in accoglimento della richiesta, emettere ordinanza di archiviazione oppure, rigettando la richiesta “allo stato”, può chiedere al PM nuove indagini ovvero, rigettando la richiesta definitivamente, disporre che il PM formuli, entro dieci giorni, la cosiddetta “imputazione coatta”, che porterà il processo all’udienza preliminare.
Riferimenti normativi: artt. 409,410,412 c.p.p.
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Parte offesa
E’ la persona che ha subito il danno derivante dalla commissione di un reato; ha diritto di querela ed è legittimata a costituirsi parte civile nel processo, per ottenere il risarcimento dei danni e le restituzioni.
Riferimenti normativi: artt. da 90 a 95 c.p.p.
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Patteggiamento
E’ uno dei procedimenti speciali che mira ad anticipare, evitandola, la fase dibattimentale, attraverso la richiesta di applicazione della pena basata sull’accordo delle parti. Presupposti: 1) può essere richiesta a condizione che la pena da irrogare in concreto, considerate le circostanze e la diminuzione fino ad un terzo, non superi i due anni per i reati che prevedono la pena detentiva, 2) oppure per i reati che prevedono una sanzione sostitutiva o una pena pecuniaria di qualsiasi entità. La richiesta può essere fatta durante la fase delle indagini preliminari e fino alla chiusura dell’udienza preliminare, o fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento nel giudizio direttissimo. L’eventuale dissenso del PM, comunque, non impedisce l’applicazione della pena richiesta dall’imputato, qualora il giudice del dibattimento ritenga ingiustificato tale dissenso. La sentenza emessa in base dell’accordo tra le parti è inappellabile, con la sola esclusione dell’ipotesi in cui il PM abbia opposto il dissenso. I vantaggi derivanti dall’applicazione della pena su richiesta sono i seguenti: § riduzione della pena fino ad un terzo; § possibilità di condizionare il rito alla sospensione condizionale della pena; § esonero dal pagamento delle spese processuali; § non applicabilità di pene accessorie e misure di sicurezza; § inefficacia della sentenza nei giudizi civili e amministrativi; § non menzione nei certificati del casellario richiesti dall’interessato; § estinzione del reato e degli effetti penali decorsi 5 anni per i delitti e 2 anni per le contravvenzioni.
Riferimenti normativi: artt. da 444 a 448 c.p.p.
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Pene pecuniarie
Consistono nel pagamento di una somma di denaro; in particolare il codice prevede la pena della multa, che consiste nel pagamento di una somma da 5 a 5164 euro, e la pena dell’ammenda che prevede un pagamento da 2 a 1032 euro. Le pene pecuniarie possono essere stabilite in misura fissa o in misura proporzionale; in questo caso non è previsto un limite massimo. Il giudice applica discrezionalmente la pena prevista tra il limite minimo e massimo, e deve tenere conto delle condizioni economiche del reo. Può tuttavia superare i limiti nei casi previsti dalla legge (es. concorso di reati, di circostanze aggravanti), e può aumentare la pena fino al triplo, o diminuirla fino ad un terzo, nel caso in cui ritenga che la misura massima risulti inefficace o la misura minima sia troppo onerosa. Il giudice può stabilire che la multa o l’ammenda vengano pagate in rate mensili.
Riferimenti normativi: artt. 17, 24, 26 e da 132 a 136 c.p.
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Processo per direttissima
E’ un rito speciale dibattimentale, che evita l’udienza preliminare ed è azionabile esclusivamente dal PM. I presupposti sono che ci sia un’evidenza di prova (l’arresto in flagranza o la confessione), e che la richiesta venga fatta entro 15 giorni dall’arresto o la confessione; nel caso in cui si proceda contestualmente al giudizio e alla convalida dell’arresto, il giudizio deve essere richiesto entro le 48 ore. Se l’imputato si trova in stato di libertà, il PM emette direttamente il decreto di citazione a giudizio, senza il vaglio del Gip. Se l’imputato è detenuto, il PM emette il decreto di citazione e l’ordine di traduzione. Le garanzie per la difesa sono il diritto del termine a difesa e la possibilità di avere copia degli atti di indagine. All’inizio del dibattimento il giudice avverte l’imputato della facoltà di chiedere la conversione in uno dei riti premiali: patteggiamento e giudizio abbreviato. Il PM, l’imputato e la persona offesa possono presentare i testi direttamente in udienza, senza l’autorizzazione del giudice; per il resto il dibattimento segue le normali regole. Le prove sono formate in dibattimento e gli atti del fascicolo del PM non passano in quello del giudice, ad eccezione degli atti irripetibili.
Riferimenti normativi: artt. da 449 a 452 c.p.p.
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Querela
E’ l’atto con cui viene manifestata la volontà di perseguire l’autore di un reato. Deve essere presentata dalla persona offesa o da chi ne ha la potestà se minore. Può essere presentata oralmente o per iscritto alla Polizia giudiziaria o al PM. A pena di inefficacia, deve essere presentata entro 3 mesi dalla data in cui la persona ha avuto notizia del fatto. La persona offesa può rimettere la querela, manifestando così il venir meno della volontà punitiva; la rimessione è espressa o tacita, per fatti concludenti, e comporta l’estinzione del reato.
Riferimenti normativi: artt. da 120 a 126 c.p.
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Rinvio a giudizio
E’ l’atto con cui il PM formula l’imputazione e chiede al Giudice dell’udienza preliminare di emanare il decreto che dispone il giudizio. La richiesta contiene le generalità dell’imputato e della persona offesa, l’enunciazione del fatto e delle circostanze, e l’indicazione delle fonti di prova. La richiesta è depositata presso la cancelleria del Giudice dell’udienza preliminare, insieme al fascicolo contenente la notizia di reato, la documentazione delle indagini, i verbali degli atti compiuti davanti al Gip, il corpo del reato e le cose pertinenti al reato. Entro 5 giorni dal deposito della richiesta, il Gup fissa con decreto l’udienza in camera di consiglio.
Riferimenti normativi: artt. 416-417 c.p.p.
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Sequestro
E’ lo strumento attraverso cui si acquisisce il corpo del reato e le cose pertinenti il reato. Il sequestro probatorio è un mezzo di ricerca della prova e può essere disposto dal giudice procedente, dal PM o dalla PG nei casi d’urgenza. Il difensore ha la facoltà di assistere al compimento dell’atto ma non ha diritto di essere avvisato preventivamente, essendo il sequestro un atto a sorpresa. Le cose sequestrate vengono affidate in custodia alla segreteria del PM o alla cancelleria del giudice che procede; se ciò non è possibile vengono affidate a custodi giudiziari. Il sequestro probatorio cessa di solito con l’acquisizione della prova e quindi con la decisione di 1° grado; può essere convertito in sequestro preventivo o conservativo. Il sequestro preventivo è una misura cautelare reale, diretta ad impedire l’ulteriore consumazione del reato o le ulteriori conseguenze illecite. Può essere richiesto esclusivamente dal PM ed è disposto dal giudice procedente con decreto; in casi di urgenza il decreto è emesso dal PM o dalla PG, ma deve essere trasmesso al Gip entro 48 ore per la convalida. Il decreto è impugnabile con il riesame al Tribunale in composizione collegiale, o in alternativa con l’appello, e con il ricorso in cassazione. Il sequestro conservativo è una misura cautelare reale, diretta a garantire l’adempimento delle obbligazioni civili connesse al reato o al procedimento penale (pene pecuniarie, spese di giustizia). Legittimati a richiederlo sono il PM e la parte civile. Sulla richiesta decide il giudice procedente con ordinanza. Le impugnazioni sono le stesse del sequestro preventivo, ad esclusione dell’appello.
Riferimenti normativi: artt. da 252 a 263 c.p.p.; artt. da 316 a 325 c.p.p.
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Testimonianza
E’ un mezzo di prova e consiste nella dichiarazione relativa a fatti determinati, acquisita normalmente in dibattimento. In ipotesi eccezionali tuttavia, (incidente probatorio e in caso di urgenza) la testimonianza è acquisita prima del dibattimento. La capacità di testimoniare spetta a qualsiasi persona; possono sussistere delle limitazioni alla capacità di testimoniare in relazione alle condizioni fisiche o mentali del teste, oppure in presenza di incompatibilità con l’ufficio di testimone. Ipotesi di incompatibilità sono l’aver svolto il ruolo di giudice, pubblico ministero, o loro ausiliario, e quello di difensore nel medesimo procedimento. Non c’è incompatibilità, ma hanno facoltà di astenersi dal testimoniare i prossimi congiunti dell’imputato, a cui sono assimilati i conviventi more uxorio, gli ex coniugi ed i separati. Hanno tuttavia l’obbligo di testimoniare qualora rivestano la qualità di persone offese, di denuncianti o querelanti. Altra limitazione al dovere di testimoniare è l’opponibilità del segreto, da parte di chi è tenuto al segreto professionale per ragione del suo ufficio, professione e ministero. Qualora il testimone regolarmente citato ometta di comparire senza un legittimo impedimento, il giudice può ordinarne l’accompagnamento coattivo, e condannarlo al pagamento di una somma da 51 a 516 euro. Per quanto concerne le modalità di assunzione della testimonianza, qualora l’imputato sia sentito come testimone deve essere assistito da un difensore e non ha l’obbligo di testimoniare su fatti per i quali ha subito una condanna, se nel processo si era dichiarato non colpevole. Il teste è avvertito dell’obbligo di dire la verità; si procede quindi all’esame condotto dalla parte che ha introdotto il teste, successivamente al controesame ed al riesame, spettando infine al giudice concludere. Qualora vi sia un sospetto sulla falsità delle dichiarazioni, il giudice denuncia il teste trasmettendo gli atti al PM.
Riferimenti normativi: artt. da 194 a 207 c.p.p.
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